E.Berlinguer "I partiti macchine di potere"

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“I partiti macchine di potere e di clientela” di Enrico Berlinguer.
Sintesi dell’intervista di E. Berlinguer a Repubblica (28 luglio 1981)
 
Dieci anni prima che nascesse tangentopoli, Enrico Berlinguer rilasciò questa intervista dicendo cose che, a distanza di 29 anni, fanno rabbrividire per quanto siano vere nel loro tragico radicarsi ed avverarsi. Oggi la situazione descritta– sfruttata appieno dal regime berlusconiano - è ben più grave,umiliante e pericolosa di allora.
 
I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora… 
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti”.
[...]
    molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran
parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di
riceverne, o temono di non riceverne più.
  [...]
 noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica
della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando
le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. 
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data
voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con
priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba
essere assicurata.
   [...]
Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di
ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia,
pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo
spazio e conservi un suo ruolo importante. 
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione,
bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei
partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro,
che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano [...] Quel che deve
interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi;
rischia di soffocare in una palude. 
Il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio
della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare
l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti
in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.  Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo
dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi
industrializzati - di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei
paesi ex-coloniali e della loro indipendenza - non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con
tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e
nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio,
contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che
anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva
essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a
diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta
all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione.
  [...]
 Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività.
Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili
privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
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Riporto qui la lucida ed attualissima denuncia di Enrico Berlinguer (1981) contro la lottizzazione/privatizzazione partitica dello Stato costituzionale. Una denuncia – come ho già scritto sul sito www.forumdac.it- largamente censurata e stravolta, ieri ed oggi,  da chi aveva ed ha interesse a farlo: i monopolisti ,il governo, i partiti,la Chiesa, i giornalisti (che con i partiti condividono il monopolio di questa politica e di questa informazione). Così hanno ipocritamente etichettato il cancro nazionale crescente come “questione morale”, invece che come eversione costituzionale e appropriazione/lottizzazione privatistica dello Stato ( i partiti sono soggetti privati nemmeno democratici). Negli stessi anni il sottoscritto (Enrico Giardino, sindacalista della CGIL-RAI) chiedeva- inutilmente- ai sindacati confederali e alle associazioni di denunciare la lottizzazione partitica come reato costituzionale e penale rilevante. Pur senza conoscere l’intervista di E.Berlinguer, ho diffuso in questi- sia pure con mezzi ristretti e deboli – una analisi politica del tutto simile, indicando anche i modi per uscire dalla “palude” partitica e mediatica nella quale stiamo sprofondando.
Nella lottizzazione/privatizzazione governativa e partitica dello Stato costituzionale sta il nodo irrisolto della questione italica che ci allontana dall’Europa : il conflitto governo-partiti- magistratura-comunicazione, la corruzione dilagante, il regime populista berlusconiano, l’astensionismo, la privatizzazione dello Stato, dei beni comuni e dei servizi pubblici essenziali,il ripudio popolare della “politica” (cioè di questa “politica” monopolio anticostituzionale di governi e partiti) e della “informazione” asservita (monopolio anticostituzionale dei giornalisti).I grillini reagiscono oggi- come ieri Berlinguer-  contro questo cancro dominante e perverso.
 
Roma 4 aprile 2010
 
 
 
 

Segnalazioni


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