Capitalismo e furto del lavoro

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Furio Colombo , su "Il fatto quotidiano" del 1^ settembre, illustra tutti i modi con i quali i padroni fanno sparirefabbriche e macchinari, senza lasciar traccia e all'improvviso.

Si indigna , ma non dice che nel capitalismo tutto ciò è legale e normale, non reato.

Furio Colombo - che in altra parte dello stesso giornale si lamenta che in Siria non vi sia pace (!?) , senza prendere posizione contro l'ennesima aggressione USA/Nato- ci racconta tutti i modi con i quali i padroni,spesso in periodo feriale, fanno sparire fabbriche e macchinari, mettendo sul lastrico migliaia di lavoratori e le loro famiglie.

Si indigna, sostenendo che il "furto della fabbrica" è un "reato più grave dell'abigeato", "moralmente un fenomeno spregevole, molto simile a quello dell'abbandono dei cani sulle strade",e cosi' via continuando.

Qualcuno che tu credevi fosse il tuo "principale" ha venduto in blocco, qualche altro di cui non sai il nome ha comprato e poi rivenduto, senza che nessuno si faccia vivo per spiegare il "furto della fabbrica". "Non credo"-conclude- "che politica,Stato e governi locali debbano osservare a distanza, come se si trattasse della forza brutale del mercato".

Purtroppo, caro Furio Colombo, proprio di questo si tratta : della forza brutale del mercato, cioè delle logiche e delle prassi del capitalismo globalizzato, che tu non citi e non denunci.

"Il furto delle fabbriche", come tu lo chiami, non è affatto un reato o un furto per il capitalismo, ma una normale e diffusa logica imprenditoriale che cerca il massimo profitto, delocalizzando, vendendo e riconvertendo fabbrica e salari degli operai,ecc.

Il governo, i partiti, la politica neoliberista non hanno alcun ruolo in tutto ciò, se non quello di spettatori passivi, anche se hanno finanziato per anni la fabbrica con i soldi dei contribuenti (vedi Fiat ). E' il sistema capitalista che privatizza gli utili e socializza le perdite, che privatizza e liberalizza tutti i mezzi di produzione, tra cui le fabbriche, lasciandole all'arbitrio personale del padrone.

Basta un capriccio del padrone, una sua malattia, oppure un business più vantaggioso in qualsiasi parte del mondo, per ridurre al lastrico gli operai che lo hanno arricchito.

In realtà costui ha investito all'inizio nell'impresa modesti capitali , anche presi in prestito dalle banche. Sono stati gli operai e gli utenti-consumatori che hanno fatto lievitare il valore della fabbrica che, a tutti gli effetti, ha un carattere e un valore sociale e collettivo, non personale. E' il socialismo, non il capitalismo, che riconoscendo questa ovvietà ha statalizzato o posto sotto controllo pubblico le fabbriche, garantendo continuità di lavoro e di vita agli operai che vi lavorano e ricchezza sociale e produttiva ai cittadini-consumatori.

Al padrone che decide di lasciare la fabbrica dovrebbe essere solo riconosciuto, al massimo, un risarcimento per il capitale iniziale impegnato. Al massimo, perchè i profitti personali percepiti negli anni dovrebbero già essere sufficienti a remunerarlo.

Perciò , nel sistema capitalistico, il furto di una fabbrica o la sua delocalizzazione è, al massimo, un disappunto morale di qualche benpensante, mai un reato perseguibile.

Il nostro paese, che non rispetta neppure l'art.41 della Costituzione (primazia della politica sulle attività private), sta marciando nel senso di moltiplicare le privatizzazioni , i furti di fabbrica ed i crimini impuniti e reiterati dei managers di turno.

Forse sarebbe più utile sapere cosa ne pensa Furio Colombo: dovrebbe almeno dirci cosa propone per arginare o contrastare un fenomeno che tanto lo scandalizza.

 Roma 1 settembre 2013

 
 

Segnalazioni


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